“Obama non ha l’esclusiva sulla ‘fairness’, riprendiamocela”
La settimana di Mitt Romney è iniziata con due spot elettorali che promettono la parziale chiusura del dibattito sulla politica estera, il ritorno all’economia – il terreno su cui si sente più forte – e l’illustrazione di un programma di governo. Nel primo il candidato repubblicano dice che “aiuterà la middle class”, “taglierà la spesa pubblica” e infine approverà politiche fiscali per “rilanciare le aziende”, con l’obiettivo di creare “12 milioni di posti di lavoro nei prossimi quattro anni”. La critica agli inganni commerciali della Cina è l’inevitabile corollario del messaggio. Il secondo spot è la pars destruens complementare, con un narratore che elenca i fallimenti dell’Amministrazione Obama. Sintesi: “Più spesa, più debito, la fine delle famiglie americane”. Leggi Quante lagne nel team Romney, ma c’è un jolly per i dibattiti di Paola Peduzzi
7 AGO 20

Washington. La settimana di Mitt Romney è iniziata con due spot elettorali che promettono la parziale chiusura del dibattito sulla politica estera, il ritorno all’economia – il terreno su cui si sente più forte – e l’illustrazione di un programma di governo. Nel primo il candidato repubblicano dice che “aiuterà la middle class”, “taglierà la spesa pubblica” e infine approverà politiche fiscali per “rilanciare le aziende”, con l’obiettivo di creare “12 milioni di posti di lavoro nei prossimi quattro anni”. La critica agli inganni commerciali della Cina è l’inevitabile corollario del messaggio. Il secondo spot è la pars destruens complementare, con un narratore che elenca i fallimenti dell’Amministrazione Obama. Sintesi: “Più spesa, più debito, la fine delle famiglie americane”. Basta questa sferzata di politica economica a ridare fiducia ai conservatori, persi fra liti interne e dichiarazioni incaute? Arthur Brooks, presidente dell’American Enterprise Institute, è scettico. “Non ho fiducia nel risultato elettorale”, dice al Foglio il capo di uno dei più importanti think tank conservatori. “Credo che il Partito repubblicano possa sperare al massimo in qualcosa di simile a un pareggio, mentre Obama ha molte più chance”. Brooks è un conservatore anomalo: dirige un pensatoio repubblicano ma non è registrato nelle liste del Gop, è un economista di scuola libertaria e contemporaneamente un cattolico che insiste sull’importanza degli ideali, si nutre di numeri e tabelle ma per anni è stato un musicista a tempo pieno, ama l’America sopra ogni cosa ma ha vissuto in Spagna, “il paese più antiamericano dell’Europa occidentale”.
Seduto su un divano di pelle bianca nel suo ufficio di Washington, Brooks spiega l’importanza per la campagna elettorale di Romney di articolare un discorso morale, tanto in economia quanto in politica estera. A questa scelta, dice, è legato anche l’esito delle elezioni del 6 novembre, perché “per vincere non basta un buon manager” e non nasconde che nel ticket chi incarna compiutamente le idee del conservatorismo è il candidato vicepresidente, Paul Ryan. Il ryanismo è la sua dottrina: “Ryan è un fenomeno cresciuto negli ultimi quattro anni e il ryanismo ha quattro punti fondamentali: fiducia nella libertà d’impresa come chiave della cultura americana. Non è un’idea strettamente economica, perché le idee economiche sono sempre il risultato di una cultura. E’ un’idea morale. Secondo, la garanzia di protezione sociale per chi è davvero povero. Nulla può giustificare la noncuranza verso i poveri. Il terzo punto è l’assenza di qualunque imbarazzo nel sostenere la grandezza dell’America, il suo dovere di rimanere la nazione economicamente e militarmente più forte del mondo, ma per il bene del mondo, non soltanto dell’America. L’ultimo punto è il ‘quieto tradizionalismo’ sulle questioni sociali. Tradizionali sì, ma senza mettere le questioni sociali al centro della conversazione politica. Niente attivismo sull’aborto, ma un chiaro senso di ciò che è giusto. Questi sono i quattro pilastri del ryanismo, che è un’identità per tutto il movimento conservatore”. Non è strano che a incarnare lo spirito del partito non sia il candidato presidente? Brooks sorride: “Romney è un grande manager, quindi sa scegliere gli elementi complementari. E’ una specie di Mario Draghi della politica americana, ed è il migliore complimento possibile. Quello che chiedo a Romney è di spiegare la dimensione morale della dottrina repubblicana? No, non è il suo compito”.
Nella visione di Brooks, sintetizzata nel suo libro “The Road to Freedom”, s’incrociano i precetti liberisti in materia fiscale e le visioni muscolari in politica estera, dove “l’America in nome dei propri ideali di libertà è chiamata ad agire anche contro i propri interessi. L’alternativa è il pragmatismo senza ideali dell’Amministrazione Obama, che in questi giorni sta mostrando il suo fallimento”.
Il presidente dell’Aei ha lanciato una campagna culturale per riappropriarsi del concetto di “fairness”, l’equità, che Obama ha eletto a categoria fondamentale della sua campagna per giustificare l’aumento delle tasse per i più ricchi: “Ci sono due definizioni di ‘fairness’, una distributiva e una meritocratica. Quella di cui parla Obama è distributiva: quando qualcuno ha più di qualcun altro, questo è iniquo. Il senso meritocratico, invece, dice che ciascuno deve disporre di quello che ha guadagnato. Se due persone ricevono in dono da un terzo una certa somma di denaro, è naturale che la cosa giusta sia dividerlo in parti uguali. Ma se uno quei soldi li ha guadagnati è molto più riluttante a concedere all’altro qualcosa che non gli spetta. La pensano così anche i liberal, è ovvio. La battaglia sulla fairness è a questo livello: chi dice che i miliardari devono pagare la loro ‘fair share’ implicitamente afferma che non hanno guadagnato quelle somme, che non se le sono meritate. Quanti in America credono in un’idea distributiva della giustizia? L’11 per cento della popolazione. Se ne possono convincere sempre di più, cosa che Obama sta facendo, ma al prezzo di trasformare una società basata sul merito in una società basata sull’invidia, sul risentimento verso chi ha e non merita di avere. E’ un’idea totalmente opposta a quella su cui è nato il nostro paese”. Eppure anche i vescovi cattolici hanno criticato il piano di Romney e Ryan perché non passa il “test morale”. Di quale morale parlano? “A costo di sembrare protestante – dice Brooks – voglio ricordare il vangelo di Matteo, capitolo 25: ‘Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me’. La ‘safety net’ per i poveri è una cosa seria, doverosa, ma il modo migliore per danneggiare i poveri è indebolire l’economia. Per quanto riguarda i vescovi, vorrei fare un’osservazione, con il massimo rispetto: non capiscono nulla di economia”.
Il presidente dell’Aei ha lanciato una campagna culturale per riappropriarsi del concetto di “fairness”, l’equità, che Obama ha eletto a categoria fondamentale della sua campagna per giustificare l’aumento delle tasse per i più ricchi: “Ci sono due definizioni di ‘fairness’, una distributiva e una meritocratica. Quella di cui parla Obama è distributiva: quando qualcuno ha più di qualcun altro, questo è iniquo. Il senso meritocratico, invece, dice che ciascuno deve disporre di quello che ha guadagnato. Se due persone ricevono in dono da un terzo una certa somma di denaro, è naturale che la cosa giusta sia dividerlo in parti uguali. Ma se uno quei soldi li ha guadagnati è molto più riluttante a concedere all’altro qualcosa che non gli spetta. La pensano così anche i liberal, è ovvio. La battaglia sulla fairness è a questo livello: chi dice che i miliardari devono pagare la loro ‘fair share’ implicitamente afferma che non hanno guadagnato quelle somme, che non se le sono meritate. Quanti in America credono in un’idea distributiva della giustizia? L’11 per cento della popolazione. Se ne possono convincere sempre di più, cosa che Obama sta facendo, ma al prezzo di trasformare una società basata sul merito in una società basata sull’invidia, sul risentimento verso chi ha e non merita di avere. E’ un’idea totalmente opposta a quella su cui è nato il nostro paese”. Eppure anche i vescovi cattolici hanno criticato il piano di Romney e Ryan perché non passa il “test morale”. Di quale morale parlano? “A costo di sembrare protestante – dice Brooks – voglio ricordare il vangelo di Matteo, capitolo 25: ‘Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me’. La ‘safety net’ per i poveri è una cosa seria, doverosa, ma il modo migliore per danneggiare i poveri è indebolire l’economia. Per quanto riguarda i vescovi, vorrei fare un’osservazione, con il massimo rispetto: non capiscono nulla di economia”.
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